Violenza di genere e difesa personale? un percorso

25/11/2025 Giornata contro la violenza sulle donne

Quando affrontiamo il tema della violenza di genere o domestica, non stiamo descrivendo solo episodi isolati. Parliamo di rapporti fra persone, di dinamiche che si sviluppano nel tempo e che lasciano segni profondi. La violenza non è mai un gesto improvviso che nasce dal nulla: è il risultato di squilibri, di abitudini, di rapporti di potere che si consolidano e che, a un certo punto, esplodono. Per questo la reazione, la denuncia o la difesa fisica sono momenti importanti, ma non possono essere considerati il punto di partenza. Sono piuttosto il punto di arrivo di un percorso complesso, che deve essere compreso e affrontato nella sua interezza.

Tipologie di violenza “al femminile”

Le aggressioni rivolte alle donne in ambito di genere/domestico hanno spesso caratteristiche specifiche: prese, afferraggi, schiaffi, più raramente pugni o calci. Sono modalità che riflettono un certo tipo di rapporto di forza, dove l’obiettivo non è solo colpire ma anche controllare, immobilizzare, ridurre l’altra persona. La violenza domestica porta con sé un carico emotivo e psicologico ancora più pesante: non si tratta di un incontro casuale, ma di un rapporto che continua a esistere anche dopo l’aggressione. In questi casi pensare alla difesa fisica come prima opzione è difficile, perché la dimensione relazionale e affettiva complica ogni gesto. Ogni tipologia di violenza ha quindi un contesto e una dinamica che vanno riconosciuti, per non ridurre tutto a un semplice “atto di forza”.

Prevenzione come prima difesa

La prevenzione è la chiave. Significa consapevolezza, capacità di leggere i segnali, evitare situazioni a rischio. Difesa personale non è solo tecnica fisica: è anche saper riconoscere un problema prima che esploda, costruire strategie di uscita e chiedere supporto. Prevenire è già difendersi, perché significa non arrivare al punto in cui la violenza diventa inevitabile. La prevenzione è fatta di piccoli gesti quotidiani: imparare a dire no, stabilire confini chiari, riconoscere comportamenti manipolatori. È un lavoro che richiede tempo e attenzione, ma che può ridurre drasticamente il rischio di aggressione o peggio di stabilizzare un rapporto affettivo tossico.

Riduzione del danno e mediazione

Durante un’aggressione, ma anche prima e dopo, esistono strategie di riduzione del danno. Mediare, gestire il conflitto, evitare l’escalation: sono strumenti che fanno parte della difesa personale tanto quanto un colpo o una leva. Ridurre il danno significa proteggere se stessi e allo stesso tempo non alimentare ulteriormente la spirale della violenza. È un approccio che non nega la possibilità di reagire, ma che mette al centro la capacità di limitare le conseguenze, di uscire dalla situazione con il minor impatto possibile. La riduzione del danno è spesso la differenza tra un episodio che lascia ferite profonde e uno che può essere gestito e superato.

Il ruolo della difesa personale

La difesa fisica ha senso soprattutto quando l’aggressore non appartiene al nostro ambiente sociale, quando non ci sono legami che complicano la situazione, quando non è il padre dei nostri figli o il nostro partner. In questi casi la difesa personale diventa via, modalità, strumento. Può esserci utile per interrompere sul nascere un approccio non consensuale e rispondere direttamente a una aggressione. Anche in questo casao la difesa personale non deve essere vista come un gesto eroico, ma un modo per guadagnare tempo, spazio, possibilità di fuga e sottraizone. È l'estrema ratio.

Conclusione: un percorso da costruire

La difesa personale non è un gesto isolato, ma parte di un cammino. È un approccio che ci aiuta a leggere la violenza, a gestirla e a ridurne l’impatto. Il 25 novembre ci ricorda che quando si parla di violenza di genere e domestica, la sicurezza e la libertà delle donne non si conquistano in un attimo, ma attraverso un percorso fatto di consapevolezza, prevenzione e responsabilità condivisa. Parlare di violenza di genere e domestica significa parlare di relazioni, e affrontarla significa costruire strumenti che vanno oltre la reazione immediata. 

È un lavoro collettivo, che riguarda la Società intera ma anche il gruppo sociale della donna, il contesto di relazioni in cui vive. Non si tratta soltanto di un pensiero filosofico o di un principio astratto di giustizia sociale – anche se è anche questo – ma di un impegno concreto. Significa che le persone vicine alle donne vittime di violenza di genere o domestica devono attivarsi, assumersi la responsabilità di offrire sostegno reale e continuo, diventando parte del percorso che permette l’uscita da una situazione di oppressione e pericolo.

 Ms Chatty Gipit

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